Venerdì sera, quando usciamo alla spicciolata dalla lezione di Yoga Dinamico Tradizionale per andare ad iniziare il nostro weekend, sembra che la pratica sia già finita.
Invece, emerge qualcosa che, dal mio punto di vista, è un tipico insight da insegnante: quando ti accorgi che qualcosa è avvenuto e che non è dipeso dalla tua programmazione.
Qualcosa accade da sé…
Gli allievi constatano come cambi l’esperienza quando si rimane nelle posizioni qualche momento in più e, soprattutto, quando si riesce a rimanere centrati intorno al proprio respiro.
La forma assunta dal corpo sembra diventare un contenitore all’interno del quale ci si accomoda e si percepisce come il corpo non necessiti nemmeno di essere invitato a lasciarsi andare, né che questo avvenga necessariamente in seguito ad indicazioni che arrivano dall’insegnante.
Piuttosto, accade perché l’esercizio della consapevolezza da parte di chi sta praticando ha creato le condizioni perché corpo, respiro e sistema nervoso possano entrare in una sorta di comunicazione implicita, conducendo gradualmente a un cambiamento dello stato dal quale si è partiti.
Questo è, in fondo, il succo della pratica della consapevolezza: abbracciare lo stato delle cose, lasciarsi andare a ciò che c’è senza cercare di modificarlo, porta, quasi paradossalmente, proprio a un cambiamento.
Ma questo processo ha un percorso, e conoscerlo può aiutarci a ricreare quelle condizioni.
Una mappa antica
Nella tradizione dello Yoga esiste una mappa che descrive un percorso attraverso diversi livelli dell’esperienza.
Sono i kosha, un concetto antico della filosofia yogica.
Non è necessario conoscerne i nomi, né utilizzarli durante una pratica.
Interessa piuttosto ciò che questa mappa suggerisce. Cioè che invita a portare l’attenzione progressivamente dal più concreto al più sottile:
Corpo (annamaya kosha)—il corpo fisico. Le ossa, i muscoli, la pelle.
Respiro (pranamaya kosha)—Il respiro che fluisce nel corpo e che porta forza vitale.
Mente (manomaya kosha)—Il flusso dei pensieri e delle emozioni.
Intuizione (vijnanamaya kosha)—Il livello della mente che interpreta, valuta e orienta le scelte, oltre la semplice percezione e reazione agli stimoli. Quel sapere profondo che senti dentro, la chiarezza che arriva all’improvviso quando finalmente riesci a fermarti e ad ascoltarti.
Pienezza (anandamaya kosha)—serenità profonda. La dimensione dell’appagamento profondo e della sensazione di essere completi, che non dipende necessariamente dalle circostanze esterne.
È un percorso che, in realtà, possiamo riconoscere anche senza conoscere la tradizione che lo ha descritto. Quando ci fermiamo abbastanza a lungo, quando l’attenzione diventa più stabile, l’esperienza può iniziare a cambiare da sola. Non perché qualcuno ci abbia detto come dovrebbe essere. Ma perché abbiamo creato le condizioni perché il cambiamento possa avvenire e possiamo accorgerci di ciò che sta già accadendo.
Prima il corpo, poi il respiro, poi la mente
Il corpo è il punto di partenza. È concreto. Possiamo sentirlo.
Possiamo percepire il contatto con il pavimento, il peso, la posizione delle mani, la tensione o la leggerezza in una parte del corpo.
Iniziamo ancorando la nostra consapevolezza qui.
Poi possiamo accorgerci del respiro. Semplicemente notarlo e rimanere aderenti al suo flusso con la nostra attenzione.
E mentre rimaniamo in ascolto, può diventare più facile accorgersi anche di ciò che accade nella mente. Pensieri. Immagini. Preoccupazioni. Ricordi. Sensazioni.
Non dobbiamo farli sparire. Possiamo lasciarli essere parte dell’esperienza, senza seguirli necessariamente uno per uno.
Mantenendo quindi la nostra attenzione sul respiro, possiamo diventare semplici osservatori nei confronti del flusso mentale.
E da qui iniziamo ad essere in comunicazione implicita con il nostro sistema nervoso. Ha luogo quindi il processo del lasciar andare e con esso possono emergere da sé leggerezza, chiarezza e benessere.
Dal guidare al lasciare spazio
Questo, per me, riguarda anche molto da vicino il modo di insegnare.
In certe fasi di una pratica le indicazioni possono e devono talvolta essere precise.
Porta l’attenzione ai piedi. Senti il contatto con il pavimento. Nota la posizione delle mani. Osserva il movimento del respiro.
Sono indicazioni concrete che aiutano a raccogliere l’attenzione.
Poi, gradualmente, possiamo fare un passo indietro.
E forse, a un certo punto, la cosa più utile che può fare un insegnante è parlare un po’ meno.
Lasciare qualche secondo in più.
Non riempire immediatamente ogni silenzio.
Permettere all’allievo di fare esperienza senza dover essere continuamente guidato.
È un passaggio sottile: saper accompagnare senza occupare tutto lo spazio.
Non cercare di arrivare da qualche parte
C’è un piccolo paradosso nella pratica della consapevolezza.
Entriamo nella pratica perché vorremmo sentirci diversi.
Più calmi. Meno tesi. Più presenti.
Poi scopriamo che, quanto più cerchiamo di ottenere quello stato, tanto più rischiamo di allontanarci dall’esperienza reale del momento.
L’esercizio della consapevolezza ci propone un movimento diverso.
Prima di cambiare qualcosa, possiamo imparare a riconoscerlo e ad abbracciarlo con la consapevolezza.
Prima di correggere, possiamo osservare.
E questo non significa diventare passivi.
Non significa smettere di fare.
Ma smettere, per un momento, di cercare di controllare il risultato.
A volte possiamo fare qualcosa di paradossalmente molto più semplice, ma estremamente più efficace.
Possiamo creare le condizioni.
E poi fermarci abbastanza a lungo da vedere cosa succede.
